Foundation for the Preservation of Yungdrung Bön / གཡུང་དྲུང་བོན་ཉར་ཚགས་རིག་མཛོད།

Perché Cristo non avrebbe potuto realizzare il Corpo di Arcobaleno

Perché Cristo non avrebbe potuto realizzare il Corpo di Arcobaleno

Prefazione

Questo articolo si basa sulla relazione presentata in occasione della Sesta Conferenza Internazionale di Studi sul Bön, tenutasi presso il Triten Norbutse Institute di Kathmandu il 7–8 febbraio 2025, durante le celebrazioni del centenario di Ciabje Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce. In quell’occasione, a causa dei limiti di tempo, fui costretto a omettere o riassumere alcuni punti; nella presente versione li ho reinseriti integralmente e ho aggiunto ulteriore materiale, nato dalle domande e dalle discussioni suscitate dalla mia relazione.

Mi è occorso del tempo per riorganizzare il materiale e prepararlo per la pubblicazione. Durante quelle settimane, Yongdzin Rinpoce è entrato nella Grande Beatitudine il 12 giugno 2025, a Jarsing Pauwa, in Nepal.

Dedico pertanto questo articolo alla sua cara memoria.

Possa la saggezza compassionevole di Yongdzin Rinpoce e il prezioso insegnamento dello Yungdrung Bön diffondersi come i raggi del sole, illuminando il sentiero verso la Buddhità per tutti gli esseri senzienti!

Introduzione

Negli ultimi anni si è sviluppato un crescente dibattito sulla possibilità di mettere, o meno, in relazione la Resurrezione di Gesù Cristo con la realizzazione ultima del sentiero dello Dzogchen,[1] vale a dire il Corpo di Arcobaleno.[2]

Ad esempio, nel suo libro Rainbow Body and Resurrection: Spiritual Attainment, the Dissolution of the Material Body, and the Case of Khenpo A Chö,[3] padre Francis Tiso individua numerosi parallelismi e giunge persino a suggerire che lo Dzogchen possa avere subito l’influenza del Cristianesimo siriaco.

Ho quindi ritenuto importante offrire una prospettiva Bönpo su questa discussione. Inoltre, poiché questa conferenza è dedicata alla celebrazione della vita e dell’opera di Ciabje Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce,[4] essa costituisce un’occasione particolarmente appropriata per presentare le sue idee sull’argomento, che abbiamo discusso più volte nel corso dei nostri trent’anni di frequentazione.

Esiste, in pratica, pochissimo materiale scritto in tibetano su questo tema. Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce è il principale detentore della trasmissione del più antico ciclo Dzogchen, lo Zhang Zhung Nyengyü;[5] di conseguenza, i suoi insegnamenti sullo Dzogchen, sia orali sia scritti, devono essere considerati mengag,[6] vale a dire istruzioni essenziali di introduzione diretta.

Rinpoce è inoltre particolarmente qualificato a chiarire le differenze tra Cristianesimo e Dzogchen perché, durante il periodo trascorso in Inghilterra negli anni Sessanta, soggiornò presso l’abbazia benedettina di Our Lady of Quarr, nell’Isola di Wight, dove ebbe numerose conversazioni con i monaci cristiani.

Era inoltre un lettore appassionato, ben familiare con i Vangeli e con altra letteratura cristiana. Ricordo, ad esempio, che un’estate chiese a mia moglie Carol e a me di portargli, presso il suo centro Bönpo di Shenten Dargye Ling, in Francia, un volume dedicato agli scritti di san Tommaso d’Aquino.

La presente esposizione si basa pertanto sugli insegnamenti orali e sulle spiegazioni di Yongdzin Rinpoce riguardanti i diversi aspetti della Base, del Sentiero e del Frutto dello Dzogchen (zhi lam dre sum).[7] Mi concentrerò in particolare sulle caratteristiche di chi è prossimo alla realizzazione del Corpo di Arcobaleno, mettendole a confronto con passi pertinenti dei Vangeli e di altra letteratura cristiana.

Si tratta di una questione complessa; pertanto, per ragioni di tempo, mi concentrerò principalmente su un unico aspetto specifico: Gesù Cristo avrebbe potuto realizzare il Corpo di Arcobaleno?

A mio giudizio, rispondere a questa domanda permette di risolvere tutte le altre questioni poste da questo problema, in modo analogo al celebre taglio del nodo gordiano.

Inizierò con un rapido esame degli aspetti interiori, cioè la Visione e i Metodi, per poi passare agli aspetti esteriori, vale a dire i Segni.

Aspetto interiore: Visione e Metodi

La Base, il Sentiero e il Frutto dello Dzogchen

Per realizzare il Corpo di Arcobaleno, il supremo frutto spirituale dello Dzogchen, è necessario dapprima realizzare correttamente la Visione dello Dzogchen[8] e successivamente seguire il Sentiero dello Dzogchen[9] fino alla piena manifestazione del risultato finale.

La Visione dello Dzogchen

Come Yongdzin Rinpoce ha spiegato molte volte, il termine tibetano rdzogs chen possiede due significati distinti: «completamente compiuto» e «Grande Perfezione». Nel presente contesto ci riferiamo alla Grande Perfezione, che designa sia la Natura della Mente[10] propria di ogni essere senziente, sia gli insegnamenti che conducono alla realizzazione, o meglio al riconoscimento, di tale Natura.

La Natura della Mente è la Base di Tutto,[11] primordiale e increata, al di là della causa e dell’effetto, al di là del tempo e dello spazio, al di là di ogni limitazione e di ogni estremo, al di là dei concetti e dei pensieri, al di là del bene e del male. Allo stesso tempo, essa comprende l’intero universo con tutti i suoi fenomeni e tutti gli esseri senzienti che lo popolano.

Questo Stato Naturale[12] possiede l’illimitata capacità di manifestare, per ciascun essere senziente, tanto il saṃsāra quanto il nirvāṇa,[13] a seconda della visione realizzata dall’individuo. Tuttavia, lo Stato Naturale non coincide né con una coscienza universale unica — il Brahman o un Dio Creatore[14] — né con il nulla; esso trascende entrambi gli estremi dell’eternalismo[15] e del nichilismo.[16]

È primordialmente puro[17] e spontaneamente perfetto;[18] possiede inoltre la potenza dinamica[19] di manifestare forme infinite, denominate forme vuote,[20] poiché sono prive di qualsiasi esistenza intrinseca.[21]

Il Sentiero dello Dzogchen

Per conseguire il frutto specifico dello Dzogchen, il Corpo di Arcobaleno, occorre praticare congiuntamente le due principali modalità della contemplazione Dzogchen.

La prima è il tregchö,[22] il «recidere la rigidità», che consiste nel dimorare nello Stato Naturale ed è maggiormente connesso con l’aspetto della Vacuità.[23]

La seconda è il thögal,[24] che consiste nella contemplazione delle visioni pure[25] che sorgono spontaneamente dallo Stato Naturale ed è maggiormente connesso con l’aspetto della Chiarezza.[26]

Il sistema dello Zhang Zhung Nyengyü[27] non utilizza questi termini, ma parla piuttosto della Chiara Luce[28] perché, come Yongdzin Rinpoce spiegava ripetutamente, espressioni quali «vacuità» e «chiarezza» vengono impiegate unicamente a scopo esplicativo, mentre lo Stato Naturale è in realtà non-duale[29] e, proprio in quanto tale, non può essere suddiviso in parti.

Chiarezza e Vacuità sono inseparabili.[30]

Di conseguenza, quanto più il praticante rimane stabile nello Stato Naturale, tanto più numerose diventano le visioni pure che si manifestano spontaneamente.

Il Frutto dello Dzogchen

Infine, quando, nell’ultima fase del thögal, le visioni pure raggiungono il loro limite e si dissolvono nuovamente nello Stato Naturale, il praticante realizza completamente tutti gli aspetti della Natura della propria Mente e non se ne separa più.

Questa è la realizzazione del Bönku,[31] o Dharmakāya.

Il corpo fisico si dissolve nella luce, l’essenza degli elementi: questo è ciò che viene chiamato Corpo di Arcobaleno, il frutto peculiare dello Dzogchen, che corrisponde alla realizzazione dello Dzogku,[32] o Sambhogakāya.

Le innumerevoli emanazioni che il praticante è allora in grado di manifestare per aiutare gli esseri senzienti ancora imprigionati nel saṃsāra sono chiamate Trülku,[33] o Nirmāṇakāya.

Questo triplice conseguimento prende il nome di Kusum,[34] cioè i Tre Corpi del Buddha.

In linea di principio, chiunque pratichi correttamente la Visione, la Meditazione e la Condotta dello Dzogchen[35] può conseguire questa realizzazione.

Il Corpo di Arcobaleno può manifestarsi secondo due modalità.

La prima è il Jalü Phochen,[36] il Grande Trasferimento del Corpo di Arcobaleno, che viene realizzato durante la vita del praticante, senza attraversare il processo della morte. In questo caso non rimane alcun resto mortale, e coloro che conseguono tale realizzazione possono apparire e scomparire liberamente in questo piano dell’esistenza.

L’esempio classico è Tapihritsa,[37] come illustrano i tre episodi nei quali egli appare a Nangzher Lödpo[38] nella forma del Rangjung Rigpai Ku,[39] il Corpo della Consapevolezza Auto-originata, secondo quanto narrato nello Zhang Zhung Nyengyü.[40]

L’altra modalità è il Jalü Phochung,[41] il Piccolo Trasferimento del Corpo di Arcobaleno, che viene realizzato durante il bardo.[42]

In questo caso rimangono alcuni resti corporei, quali i capelli e le unghie, oppure il corpo del praticante si riduce progressivamente di dimensioni; la misura finale dipende dal grado di realizzazione raggiunto nella pratica del thögal.

La presente esposizione costituisce un breve riassunto degli insegnamenti di Yongdzin Rinpoce riguardanti i cicli Dzogchen Bönpo dello Zhang Zhung Nyengyü, del Gyalwa Chagtri,[43] dello Yethri Thasel,[44] del Namkha Trüldzö[45] e dello Yangtse Longchen.[46]

Corpo di Arcobaleno e teismo

Come si collega tutto questo alla domanda fondamentale: la Resurrezione e l’Ascensione di Gesù Cristo furono realmente una manifestazione del Corpo di Arcobaleno?

Quando Carol e io facemmo visita a Yongdzin Rinpoce a Jarsing Pauwa nel 2022, gli rivolsi nuovamente[47] questa domanda, chiedendogli di esprimere il suo parere sull’argomento.

Nella sua risposta, Rinpoce riassunse con straordinaria chiarezza la Visione e il Sentiero dello Dzogchen e affrontò direttamente l’ipotesi secondo cui il Corpo di Arcobaleno potrebbe essere conseguito seguendo gli insegnamenti di tradizioni spirituali o religiose diverse dallo Yungdrung Bön e dal Buddhismo indo-tibetano, in particolare quelle di carattere teistico.

«Nello Dzogchen noi non usiamo i pensieri, perché seguire i pensieri è ignoranza e questo crea difficoltà e problemi. Non fermiamo i pensieri e non li seguiamo. Tutto appare semplicemente dalla Natura e nella Natura si dissolve; se fai qualcosa, continui soltanto a creare sempre di più. Se sorgono dei pensieri, lasciali semplicemente così come sono e presto scompariranno; non c’è alcun bisogno di cercare di fermarli. Quando comprendi veramente questo, allora non rimane più nulla da fare: non c’è bisogno di fare prostrazioni, recitare mantra e così via; nulla di tutto ciò può essere d’aiuto. La pratica nella camera oscura e cose simili possono essere svolte come pratiche aggiuntive, ma la cosa principale è lo Stato al di là dei pensieri.

Dove scompaiono i pensieri? Scompaiono nella Natura. Non esiste alcun antidoto: lasciali semplicemente così come sono, e i pensieri si dissolvono come il ghiaccio che si scioglie nell’acqua. Così il praticante pratica sempre di più e, alla fine, è completamente immerso nella Natura. Può vedere visioni, molte cose, ma per lui tutto appare come un film al cinema — questo è il mio esempio. Tutti sanno che al cinema si vedono persone che si muovono, parlano e così via, ma in realtà lì non c’è nulla: ci sono soltanto raggi di luce proiettati sullo schermo. Alla fine tutte le visioni si dissolvono nuovamente nella Natura: questo è il jalü. Dovete comprendere che tutto appare e scompare da sé; non c’è bisogno di aggiungere nulla. Tutto appare spontaneamente da sé e poi tutto si dissolve nella Natura: questo è il Corpo di Arcobaleno. Nessuno può realizzare il Corpo di Arcobaleno prima di aver compreso questo.

Yongdzin Rinpoche insegna, 7/8/2022, Jarsing Pauwa, Nepal. Foto: Largen Lama.

Ci sono anche altre ragioni per cui il corpo fisico può scomparire.[48] Per esempio, se si pratica per lungo tempo la fissazione su un’immagine o su una visualizzazione con grande concentrazione, è possibile che si possa trasformarsi e diventare simili a una divinità yidam. Forse si può diventare simili alla propria visualizzazione, ma questo è una pratica della mente. Se si prega con devozione, la divinità può forse manifestarsi, ma questo non ha nulla a che vedere con il jalü. Finché non si realizza che i pensieri si dissolvono da soli, nessuno può ottenere il Corpo d’Arcobaleno.

In generale, tutti gli insegnamenti religiosi e spirituali dipendono dai pensieri; perfino gli insegnamenti del Bön e del Buddhismo, come il Sūtra e il Tantra. Ma, improvvisamente, lo Dzogchen dice: non usare i pensieri, non seguirli, lascia ogni cosa così com’è. Questo è difficile! Per alcune persone è molto difficile da comprendere.

Cristiani e musulmani credono profondamente nell’anima e, finché continueranno a farlo, non potranno conseguire il Corpo di Arcobaleno. I cristiani credono che Cristo sia scomparso e sia poi riapparso, ma questo non ha nulla a che vedere con il jalü[49]

La Visione del Cristianesimo

Esaminiamo ora, brevemente, la visione, il sentiero e il frutto del Cristianesimo.

Anche il mio maestro Dzogchen e grande studioso Chögyal Namkhai Norbu Rinpoce veniva talvolta interrogato sulla possibilità di qualche rapporto fra Gesù Cristo e lo Dzogchen.

Riporto qui una risposta particolarmente chiara e concisa che egli diede a uno dei suoi studenti:

«Nei Santi Vangeli così come oggi li conosciamo, non è generalmente facile trovare affermazioni che manifestino lo stato della Grande Perfezione dello Dzogpa Chenpo. La visione dell’Assoluto insegnata in questi testi è il principio di un Dio onnipotente, eterno, stabile e immutabile. L’essenza del sentiero consiste nell’osservare i suoi comandamenti con grande fede. Il risultato finale è che coloro che osservano fedelmente e correttamente la sua legge entreranno nel regno supremo per far parte del seguito del Dio onnipotente, conseguendo così la vita eterna. Nella situazione opposta, una persona rinascerà in un inferno eterno.

La mente dei praticanti cristiani si fonda su una fede stabile e sulla credenza nel Dio onnipotente, mentre il loro corpo e la loro parola sono impegnati nell’osservanza dei Dieci Comandamenti del loro sentiero, cioè di azioni virtuose il cui scopo è non nuocere agli altri. In questo modo essi accumulano certamente il karma positivo derivante dalla disciplina morale e, poiché il Buddha ha spiegato chiaramente che la causa principale della felicità degli esseri umani e degli dèi è l’accumulazione del merito derivante dalla disciplina morale, la descrizione di un paradiso supremo che si trova nel Cristianesimo non è priva di fondamento.

Il concetto cristiano di Dio sembra simile all’idea di Brahman presente nell’antica religione indiana. Tuttavia, mentre la filosofia brahmanica offre una definizione chiara ed esauriente della natura dell’individuo, del significato del sentiero e dell’assorbimento finale dell’individuo nel Brahman, dai Vangeli risulta difficile ricavare un’idea precisa dell’autentico principio dell’insegnamento di Cristo riguardo a questi aspetti.»[50]

La Visione dello Dzogchen e i Vangeli

Come si confronta dunque la Visione esposta nella letteratura Dzogchen con la visione generale presentata nella Bibbia e nei Vangeli?

Chögyal Namkhai Norbu Rinpoce prosegue:

«Un testo che rivela lo stato dello Dzogpa Chenpo stabilisce soltanto che è necessario realizzare il significato profondo della reale condizione dell’esistenza dentro di sé; non stabilisce nulla riguardo al mondo esterno. Se un’analisi definisce qualcosa di esterno, invece, per quanto perfette possano essere l’esposizione e l’indagine intellettuale, possiamo essere certi che essa è molto lontana dallo stato dello Dzogpa Chenpo. Per questo motivo è anzitutto necessario stabilire chiaramente se il “Dio onnipotente” di cui parlano i Santi Vangeli fosse inteso da Gesù come un principio presente all’interno di ogni individuo oppure se debba essere identificato come un’entità esterna, separata dall’individuo. Secondo ciò che comunemente viene predicato nelle chiese cristiane, i punti fondamentali sottolineano come il Dio onnipotente, dotato di molteplici qualità, quali l’essere supremo e l’essere unico, esista al di fuori dell’individuo, come egli abbia creato il mondo e l’umanità, come sia sorto il peccato, e così via. Sembrerebbe quindi che un tale Dio non possa essere identificato come un principio presente nella coscienza dell’individuo.»[51]

Chögyal Namkhai Norbu, stazione ferroviaria Baltika, San Pietroburgo, Russia, giugno 1992. Foto: autore sconosciuto.

L’origine dipendente e la metafisica cristiana

Inoltre, non è soltanto la Visione dello Dzogchen a differire completamente dalle Scritture cristiane. Come osserva con chiarezza H.H. the XIV Dalai Lama nel suo libro The Good Heart: A Buddhist Perspective on the Teachings of Jesus, anche il principio dell’origine dipendente,[52] così come viene esposto nei Sūtra, è radicalmente diverso:

««… quando si tratta di un dialogo filosofico o metafisico, ritengo che dobbiamo necessariamente separarci. L’intera visione buddhista del mondo si fonda su un punto di vista filosofico nel quale il pensiero centrale è il principio dell’interdipendenza, ovvero il modo in cui tutte le cose e tutti gli eventi sorgono unicamente come risultato dell’interazione tra cause e condizioni. All’interno di questa visione filosofica non vi è quasi alcuno spazio per una verità atemporale, eterna e assoluta. Né vi è spazio per il concetto di una Creazione divina. Analogamente, per un cristiano la cui intera visione metafisica del mondo si fonda sulla credenza nella Creazione e in un Creatore divino, l’idea che tutte le cose e tutti gli eventi sorgano dalla mera interazione di cause e condizioni non trova posto all’interno di tale visione del mondo. Perciò, nell’ambito della metafisica, a un certo punto la questione diventa problematica e le due tradizioni devono divergere.»[53]

Cardinal HE Donald Wuerl, arcivescovo di Washington D.C., accoglie Sua Santità il XIV Dalai Lama, parlando dello spirito ecumenico, mentre si stringono la mano, dopo aver offerto al Cardinale una khata, Kalachakra for World Peace, Verizon Center, Washing ton D.C., USA, 14 luglio 2011. Licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic. https://www.flickr.com/photos/71401718@N00/5976439131

È quindi chiaro che, sebbene possiamo trovare alcuni punti in comune a livello di etica e morale generale, vi sono differenze fondamentali e inconciliabili in termini di visione e di sentiero. Di conseguenza, anche i risultati spirituali o il frutto del Cristianesimo da un lato e del Bön Yungdrung e del Buddhismo indo-tibetano dall’altro sono anch’essi molto diversi.

Aspetto esteriore: Segni

Dopo aver esaminato alcuni aspetti teorici, passiamo ora a considerare la Resurrezione di Cristo e il modo in cui essa si confronta con la manifestazione del Corpo di Arcobaleno, prendendo in esame i segni esteriori.

Anzitutto, è importante osservare che, per quanto riguarda la realizzazione spirituale di Cristo, dobbiamo considerare le tre tappe progressive e strettamente connesse del suo cammino spirituale così come sono descritte nei Vangeli, vale a dire: la Trasfigurazione, la Resurrezione e l’Ascensione.

La Trasfigurazione

A partire da Origene, la Trasfigurazione è stata considerata da diversi teologi cristiani come una sorta di «anticipazione» dei successivi miracoli della Resurrezione e dell’Ascensione. L’apparizione di Mosè ed Elia, che conversano con Cristo durante questo evento, mostra che Cristo e il suo insegnamento si collocano in una continuità ininterrotta con i profeti e con gli insegnamenti del Tanakh, la Bibbia ebraica, o Antico Testamento, come viene più comunemente chiamato nel Cristianesimo. Tale continuità viene poi confermata direttamente da Dio stesso.[54]

Trasfigurazione di Cristo. Icona ortodossa greca moderna. Immagine di pubblico dominio.

In Matteo 17,1–5 leggiamo:

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse in disparte, su un alto monte. Fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne: una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.»[55]

Sei segni di un praticante Dzogchen prossimo a manifestare il Corpo di Arcobaleno

La seconda tappa, la Resurrezione, segue la Crocifissione, e gli eventi che circondano la Crocifissione ci offrono indizi fondamentali per comprendere le differenze essenziali tra la Resurrezione e l’Ascensione di Cristo e il Corpo di Arcobaleno dello Dzogchen.

Trasfigurazione di Tapihritsa nella forma del rangjyung rigpai ku, il Corpo dell’Awareness Auto-originata. Immagine digitalmente rielaborata dall’autore.

Nel corso di una conversazione che ebbi con Yongdzin Rinpoce nell’appartamento di Jean-Louis Massoubre, a Parigi, nell’aprile del 1999, Rinpoce illustrò con grande chiarezza sei punti fondamentali riguardanti questo argomento, mettendoli a confronto con lo stato di un praticante Dzogchen altamente realizzato:

«1. Chi sta per conseguire il Corpo di Arcobaleno è al di là della sofferenza emotiva e fisica.

  1. Non prova né paura né dubbio.
  2. Essendo un Buddha, non c’è più alcuno al quale rivolgere preghiere.
  3. Non può essere ferito né ucciso, perché ha realizzato completamente la Visione dello Dzogchen e vede ogni cosa, compreso il proprio corpo, come un’apparizione illusoria, priva di qualsiasi sostanza materiale. Perciò nulla può arrecargli danno.
  4. Dal suo corpo non possono fuoriuscire sangue né altri liquidi corporei.
  5. Per conseguire il Corpo di Arcobaleno è necessario avere studiato e praticato lo Dzogchen, che costituisce l’insegnamento supremo sia dello Yungdrung Bön sia del Buddhismo tibetano.»[56]

Crocifissione

Crocifissione di Cristo. Icona ortodossa greca moderna. Immagine di pubblico dominio.

Esaminiamo ora le qualità, o i segni, di un praticante Dzogchen prossimo a manifestare il Corpo di Arcobaleno e confrontiamoli con gli episodi relativi alla Crocifissione di Cristo così come sono narrati nei Vangeli.

Yongdzin Rinpoche afferma:
1. Chi sta per conseguire il Corpo di Arcobaleno è al di là della sofferenza emotiva e fisica.

2. Non prova né paura né dubbio.

3. Essendo un Buddha, non c’è più alcuno al quale rivolgere preghiere.[57]
Nel Vangelo secondo Luca 22,39–44 leggiamo:
«Gesù uscì e si recò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”. Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra.»[58]

E nel Vangelo secondo Matteo 26,38–44:
«Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu”. […] Per la terza volta si allontanò e pregò, ripetendo le stesse parole.»[59]

Questi passi dimostrano chiaramente che, mentre pregava con intensità Dio affinché lo risparmiasse dall’orrore della crocifissione, Gesù sperimentava un’angoscia estrema, paura e dubbio, a tal punto che, secondo Cahleen Shrier, professoressa di Biologia e Chimica presso la Azusa Pacific University, manifestò:

«…una rara condizione medica chiamata ematidrosi, durante la quale i capillari che irrorano le ghiandole sudoripare si rompono. Il sangue fuoriuscito dai vasi si mescola al sudore e, di conseguenza, il corpo suda gocce di sangue. Questa condizione è provocata da un’intensa angoscia mentale o da uno stato di forte ansia, uno stato che Gesù stesso esprime pregando: “La mia anima è triste fino alla morte” (Matteo 26,38).»[60]

Per riassumere, Gesù:

  • sperimentò sofferenza emotiva;
  • provò paura e dubbio;
  • pregò il proprio Dio chiedendo aiuto.

Vi è un altro passo dei Vangeli nel quale Cristo manifesta un’angoscia estrema quando è già inchiodato alla croce. Nel Vangelo secondo Matteo 27,46 leggiamo:

«Verso le tre del pomeriggio, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.»[61]

E nel Vangelo secondo Marco 15,34:

          «Alle tre del pomeriggio, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio                 mio, perché mi hai abbandonato?”.»[62]

          Passiamo ai successivi due punti di Yongdzin Rinpoche:

Yongdzin Rinpoche afferma:

4. Chi sta per conseguire il Corpo di Arcobaleno non può essere ferito né ucciso, perché ha pienamente realizzato la Visione dello Dzogchen e vede ogni cosa, compreso il proprio corpo, come un’apparizione illusoria, priva di qualsiasi sostanza materiale. Perciò nulla può arrecargli danno.

5. Dal suo corpo non possono fuoriuscire sangue né altri liquidi corporei.[63]
Nei Vangeli leggiamo:

I Vangeli raccontano che Gesù predisse la propria uccisione e la successiva resurrezione.

In Matteo 17,22–23 leggiamo:
«Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini. Lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà”. Ed essi furono molto rattristati.»[64]

Nel capitolo 19 del Vangelo secondo Giovanni troviamo il racconto della morte di Cristo e degli eventi che la seguirono immediatamente.
Giovanni 19,28–30:
«Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna d’issòpo e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito.»[65]

Giovanni 19,33–34:
«Giunti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.»[66]

L’analisi di Cahleen Shrier riguardo alla causa della morte di Cristo è la seguente:

«Con il cuore ormai allo stremo, una grave disidratazione e una marcata riduzione dell’ossigenazione dei tessuti, è intorno alle tre del pomeriggio, secondo il racconto dei Vangeli, che Gesù grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,46). Poco dopo grida nuovamente a gran voce ed esala l’ultimo respiro. Con ogni probabilità Gesù morì per un infarto del miocardio, con conseguente arresto cardiaco provocato dalla mancanza di ossigeno.»[67]

«Dopo la morte di Gesù […] i soldati gli trafissero il fianco (Giovanni 19,34) per accertarsi che fosse realmente morto. In quell’occasione, riferisce il Vangelo, “uscì sangue e acqua” (Giovanni 19,34), espressione che si riferisce con ogni probabilità al liquido presente intorno al cuore e ai polmoni.»[68]

Secondo questi racconti evangelici, Gesù possedeva chiaramente un normale corpo fisico al momento della morte. Ciò esclude il jalü chenpo, il Grande Corpo di Arcobaleno.

Ora, il punto finale e più importante proposto da Yongdzin Rinpoche in quella conversazione:

“6. Per ottenere il risultato del Corpo d’Arcobaleno, è necessario aver studiato e praticato il Dzogchen, che è l’insegnamento più elevato sia del Yungdrung Bön sia del Buddhismo tibetano.”[69]Questo punto è stato già affrontato nella prima parte di questa presentazione: nei Vangeli non troviamo alcuna evidenza che Gesù abbia praticato o insegnato lo Dzogchen.

Resurrezione di Cristo

Resurrezione di Cristo. Icona greco-ortodossa moderna. Immagine di pubblico dominio.

Volgiamo ora brevemente lo sguardo alla Resurrezione di Cristo, le cui descrizioni, con alcune varianti, si trovano in tutti e quattro i Vangeli canonici (Matteo 28,1–10; Marco 16,1–8 e 9–14 [finale lungo]; Luca 24,1–44; Giovanni 20,1–29).

Poiché abbiamo già stabilito che Cristo fu dichiarato morto e che non conseguì il Jalü Phochen, ciò riguarda il Jalü Phochung, il Corpo di Arcobaleno Minore conseguito nel bardo. I principali punti rilevanti per il nostro argomento possono essere riassunti come segue:

  1. Le donne si recarono al sepolcro di Gesù per preparare il corpo alla sepoltura, ma la pesante pietra che chiudeva l’ingresso era stata rotolata via e il corpo di Cristo non era lì.
  2. Un angelo bianco, oppure due angeli, dice alle donne che Gesù è risorto dai morti, come era stato profetizzato.
  3. Gesù appare a Maria Maddalena e ad altre donne nella carne, così che possano toccarlo, e affida loro un messaggio per i suoi discepoli.
  4. Pietro corre al sepolcro e vede il telo funerario, ma non il corpo.
  5. Cristo appare a due uomini sulla via di Emmaus e dice loro che la sua risurrezione avviene secondo le profezie dei precedenti profeti di Dio:

Luca 24,25–27:

«Ed egli disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.»[70]

Poi spezzò il pane con loro.

  1. Gesù appare ai suoi discepoli dubbiosi; li esorta a toccarlo e mangia del pesce con loro per dimostrare che non è un fantasma (Luca 24,36–42). Poi Gesù parla loro, ribadendo di essere il Messia, come era stato profetizzato nell’Antico Testamento (Luca 24,44–49):

«Poi disse loro: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture. E disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno”.»[71]

Ciò sottolinea ancora una volta che Gesù non praticava lo Dzogchen, ma seguiva le orme dei profeti ebrei.

Ascensione di Cristo

Ascensione di Cristo. Moderna icona ortodossa russa. Immagine di pubblico dominio.

L’Ascensione di Cristo è descritta nei Vangeli di Marco 16,19–20 e Luca 24,50–53, nonché negli Atti degli Apostoli 1,6–11, dove si afferma che avvenne quaranta giorni[72] dopo la Risurrezione, alla presenza dei suoi discepoli, nei pressi di Betania.

Marco 16,19–20:

«Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.»[73]

Luca 24,50–53:

«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.»[74]

Atti degli Apostoli 1,9–11:

«…fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo.

Mentre stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato assunto in cielo di mezzo a voi, ritornerà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.»[75]

Tapihritsa e Cristo

Gli eventi narrati nei Vangeli possono in qualche modo essere messi in relazione con una manifestazione del Corpo di Arcobaleno dello Dzogchen?

Alcuni potrebbero essere tentati di tracciare dei parallelismi tra i racconti evangelici della Risurrezione e dell’Ascensione e, ad esempio, il passo della trasmissione del lignaggio dello Dzogchen Zhang Zhung Nyengyu, nel quale si descrive come Tapihritsa, dopo aver conseguito il Grande Corpo di Arcobaleno (‘ja’ lus ‘pho chen) senza manifestare la morte, al termine di nove anni di pratica solitaria nello Zhang Zhung, presso Thagtab Sengei Drag,[76] a nord-est del Monte Tisé (Kailash), apparve successivamente in forma fisica sotto le sembianze di un ragazzino, Nyeleg,[77] al benefattore Merchuygpo,[78] patrocinatore del grande mahāsiddha dello Zhang Zhung Gurub Nangzher Lödpo, chiedendo di essere assunto come pastore. In seguito Nyeleg sfidò Nangzher Lödpo a un dibattito; quindi si levò nel cielo e, manifestandosi nella forma di Kuntu Zangpo, impartì gli insegnamenti dello Dzogchen a Nangzher Lödpo e al suo benefattore.[79] Successivamente gli apparve altre due volte per istruirlo.

Tre incontri di Tapihritsa e Nangzher Lödpo. Immagine di pubblico dominio.

Sebbene alcuni aspetti esteriori dei racconti evangelici possano sembrare in qualche misura simili a questi incontri, essi sono, in realtà, incomparabili, poiché la realizzazione spirituale sottostante – il frutto – così come la visione e il sentiero – sono fondamentalmente differenti. Mentre Tapihritsa è divenuto un Buddha, Gesù non lo è.

I Vangeli affermano chiaramente che Cristo era il Figlio e il profeta di un Dio, Yahweh, adorato con nomi diversi nelle varie tradizioni religiose abramitiche. Secondo i Vangeli, Cristo stabilì una Nuova Alleanza con questo Dio e la sua venuta era stata profetizzata da vari veggenti, come attestato nella Bibbia ebraica. Gesù era «il mediatore della Nuova Alleanza e la sua morte sulla croce costituisce il fondamento della promessa. Egli sconfisse la morte mediante la sua risurrezione e restituì la vita a coloro che credono in lui.»[80] Dopo aver portato a compimento la sua missione, «fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.»[81] L’Ascensione di Cristo, come quelle dei profeti Enoch[82] ed Elia[83] prima di lui, è dovuta alla grazia di Dio, poiché «nell’ebraismo l’ascensione al cielo era un dono di Dio a coloro che egli amava».[84]

Conclusione

Per riassumere, dunque, confrontando i punti chiariti da Yongdzin Rinpoce con le citazioni della Bibbia ed esaminando gli scritti pertinenti di studiosi sia indo-tibetani sia cristiani, possiamo rispondere alle domande: Gesù Cristo era un Buddha o un Bodhisattva? E conseguì davvero il Corpo di Arcobaleno?

In primo luogo, per diventare un Buddha è necessario mantenere la visione, seguire il sentiero e conseguire il frutto di una dottrina buddhista. Tali dottrine non sono presenti negli insegnamenti di Cristo così come sono riportati nei Vangeli.

Per essere un Bodhisattva non è sufficiente possedere una compassione generica, per quanto grande essa sia; occorre possedere la bodhicitta,[85] ossia la specifica intenzione di conseguire lo stato di Buddha e guidare tutti gli esseri senzienti, non soltanto gli esseri umani, verso tale obiettivo.

Secondo i Vangeli, Gesù Cristo manifestò effettivamente una grande compassione sacrificando se stesso per il bene dell’umanità (i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento non dicono nulla riguardo agli altri esseri senzienti); tuttavia, una volta portata a termine la sua missione sulla Terra, «fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio» (Marco 16,19–20). Pertanto, dal punto di vista dello Yungdrung Bön, egli entrò in un regno di dèi longevi ancora all’interno del saṃsāra.

Inoltre, la realizzazione spirituale di Cristo – la Risurrezione – non può essere conseguita dai fedeli cristiani; essi dovranno attendere il Giorno del Giudizio per risorgere nei loro corpi fisici, prima di essere inviati al Paradiso eterno oppure all’inferno eterno (Giovanni 5,22; Matteo 12,36–37).[86]

Inoltre, tutti i miracoli compiuti o manifestati da Gesù – compresi la Trasfigurazione, la Risurrezione e l’Ascensione – furono espressione dell’unione ipostatica. Oppure, come scrive D. Blair Smith, professore associato di teologia sistematica presso il Reformed Theological Seminary di Charlotte, nella Carolina del Nord, nel suo articolo How Did Jesus Do Miracles—His Divine Nature or the Holy Spirit?:

«[Gesù] compì i suoi miracoli mediante la potenza dello Spirito Santo. Di conseguenza, essi non rimandano alla sua persona — se non nella misura in cui Gesù si affida allo Spirito — bensì alla natura umana che egli condivide con noi. Come noi, egli deve fare affidamento su risorse divine esterne a se stesso.»[87]

In questo caso, dunque, la Trasfigurazione, la Risurrezione e l’Ascensione di Cristo non possono essere paragonate alla suprema realizzazione dello Dzogchen, il Corpo di Arcobaleno, poiché, a differenza della realizzazione ultima nello Yungdrung Bön e nel Buddhismo indo-tibetano, Cristo beneficiò dell’intervento di Yahweh. Il suo triplice conseguimento fu possibile grazie all’intervento di Dio e non come risultato della liberazione della mente ordinaria nella Natura della Mente e della dissoluzione del corpo materiale nell’essenza degli elementi, conseguite mediante il raggiungimento dello stadio finale del thögal.

Oppure, come lo espresse con grande sintesi Yongdzin Rinpoce:

«I cristiani e i musulmani credono fermamente nell’anima e, finché continueranno a farlo, non potranno conseguire il Corpo di Arcobaleno. I cristiani credono che Cristo scomparve e poi riapparve, ma questo non ha nulla a che vedere con il jalü

Postfazione: Gesù nel Vangelo di Tommaso

Durante la sessione di domande e risposte al termine di questa presentazione, il prof. Raphaël Liogier obiettò al fatto che avessi utilizzato soltanto i quattro Vangeli ufficiali come principale fonte del materiale cristiano, osservando che i Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca, insieme al Vangelo di Giovanni, furono riconosciuti come canonici soltanto nel corso del Concilio di Roma del 382 d.C.,[88] mentre molti altri Apocrifi del Nuovo Testamento,[89] contenenti narrazioni differenti, furono esclusi. Il più importante fra essi è il Vangelo di Tommaso, che contiene alcuni detti di Cristo piuttosto diversi, interpretati da alcuni studiosi come espressione della visione non duale del Regno di Dio; questo Vangelo è talvolta ritenuto più autentico e più vicino alla fonte Q rispetto ai Vangeli sinottici.

Scelsi di utilizzare i quattro Vangeli canonici perché esiste un ampio consenso, sia tra le autorità cristiane sia in ambito accademico, nel considerarli le testimonianze più antiche e più autorevoli degli avvenimenti relativi alla Trasfigurazione, alla Crocifissione, alla Risurrezione e all’Ascensione di Cristo. Lo stesso non si può dire degli Apocrifi del Nuovo Testamento, molti dei quali furono scritti o compilati da vari autori tra il I e il III secolo d.C. e sono considerati, tanto dagli studiosi cristiani quanto dagli accademici, testi frammentari, non autentici oppure influenzati da concezioni estranee alla dottrina cristiana, come lo gnosticismo. Ciò vale in particolare per la raccolta di testi scoperta a Nag Hammadi,[90] alla quale appartiene anche il Vangelo di Tommaso.

È tuttora in corso un dibattito sulla datazione e sull’autenticità del Vangelo di Tommaso, così come esistono diverse teorie riguardo alla sua provenienza. Alcuni studiosi ritengono che il Vangelo di Tommaso sia stato compilato da un redattore che utilizzò altri vangeli, quali «un vangelo giudeo-cristiano, probabilmente il Vangelo dei Nazarei; un vangelo encratita, probabilmente il Vangelo degli Egiziani; e un vangelo ermetico. Sul piano concettuale, il redattore, probabilmente originario di Edessa, rielaborò questo materiale, aggiungendovi occasionalmente proprie osservazioni, fino a farne quella che oggi è la raccolta presente».[91] Secondo questa teoria, i detti furono messi per iscritto a Gerusalemme intorno al 50 d.C. e successivamente riuniti dal redattore nel Vangelo, probabilmente a Edessa, verso il 140 d.C.

Altri studiosi ritengono invece che il testo originario del Vangelo di Tommaso sia stato composto in Siria nel I secolo:

«L’insieme delle ricerche e delle analisi degli studiosi porterebbe a concludere che il primo movimento cristiano sfociò nel monachesimo siriaco, il quale finì per assimilare le inclinazioni gnostiche proprie di quell’ambiente. Ciò collocherebbe la composizione originaria del Vangelo di Tommaso nel periodo compreso approssimativamente tra il 70 e l’80 d.C.»[92]

Dominic Crossan ha proposto che una parte consistente del testo, il cosiddetto primo strato, sia stata composta negli anni Cinquanta del I secolo sotto l’autorità di Giacomo il Giusto, fratello di Gesù. Un secondo strato sarebbe stato aggiunto tra gli anni Sessanta e Settanta del I secolo, presumibilmente sotto l’autorità di Tommaso.[93]

Queste teorie postulano dunque una provenienza e una struttura stratificate del testo, composto, compilato e redatto da persone diverse nel corso del periodo del cristianesimo delle origini. Ciò spiega «molte delle incongruenze e delle dicotomie che hanno afflitto il manoscritto fin dalla sua scoperta. La consueta pratica della redazione e della stratificazione contribuisce a spiegare la grande quantità di glosse interpretative aggiunte ad alcuni detti, presumibilmente come testimonianza delle interpretazioni autorevoli che un redattore successivo diede ai testi più antichi».[94]

Alcuni dei detti contenuti nel Vangelo di Tommaso trovano stretti paralleli nei riferimenti di Origene alle antiche tradizioni evangeliche escluse dal canone.[95]

Un’altra interpretazione sostiene che il Vangelo di Tommaso sia stato composto sotto l’influsso dello gnosticismo del II secolo d.C., il quale combinava misticismo, ascetismo, panteismo e politeismo e, pertanto, non possa essere utilizzato come fonte storica indipendente su Gesù.[96]

Oltre all’inadeguatezza del Vangelo di Tommaso ai fini della presente ricerca, dovuta all’incertezza circa la sua provenienza, è significativo che esso non menzioni affatto i quattro eventi fondamentali della Trasfigurazione, della Crocifissione, della Risurrezione e dell’Ascensione di Cristo, che costituiscono i punti cardine della mia analisi e che, secondo alcuni, potrebbero essere paragonati al fenomeno del Corpo di Arcobaleno:

«La scarsa attenzione che il Vangelo riserva all’immaginario della risurrezione, così centrale sia per la teologia cristiana delle origini sia per quella moderna, indica che il “riferimento alla risurrezione di Gesù non costituiva una convinzione comunemente condivisa” nel cristianesimo delle origini, ma rappresentava soltanto “una delle molte modalità attraverso cui i primi movimenti di Gesù e i gruppi cristiani concepivano le proprie origini”.»[97]

A mio avviso, ciò rende ancora più fragile l’ipotesi, piuttosto speculativa, avanzata da Francis Tiso secondo cui il cristianesimo siriaco avrebbe in qualche modo influenzato la formazione dello Dzogchen, ipotesi da lui proposta in Rainbow Body and Resurrection. Nei detti del Vangelo di Tommaso non troviamo nulla che possa essere paragonato alla visione, alla condotta e alla meditazione, alla base, al sentiero e al frutto dello Dzogchen. Vi troviamo invece i concetti di «Cielo», «anima» e «Padre», cioè Dio, comuni alla letteratura giudeo-cristiana e gnostica, che possono essere interpretati in vari modi. Il Vangelo di Tommaso trasmette idee dualistiche simili all’anticosmismo gnostico, ossia «la convinzione che il mondo quotidiano sia intrinsecamente malvagio e contrapposto al divino»,[98] come si osserva, ad esempio, nel logion 56:

«(56) Gesù disse: “Chi è giunto a comprendere il mondo ha trovato (soltanto) un cadavere; e chi ha trovato un cadavere è superiore al mondo”.»[99]

Un altro tema gnostico, l’apparente unificazione degli opposti, presente in molti altri testi di Nag Hammadi, occupa una posizione di rilievo anche nel Vangelo di Tommaso. Nei loghia 106 e 22, ad esempio, leggiamo:

«(106) Gesù disse: “Quando farete dei due uno, diventerete figli dell’uomo; e quando direte: ‘Montagna, spostati!’, essa si sposterà.”»

«(22) Gesù vide alcuni bambini che venivano allattati. Disse ai suoi discepoli: “Questi bambini che vengono allattati sono simili a coloro che entrano nel Regno.” Essi gli dissero: “Dunque, entrando nel Regno, diventeremo bambini?” Gesù rispose loro: “Quando farete dei due uno, e farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e l’alto come il basso, e farete del maschio e della    femmina un’unica realtà, così che il maschio non sia più maschio né la femmina più femmina; quando farete occhi al posto di un occhio, una mano al posto di una mano, un piede al posto di un piede e un’immagine al posto di un’immagine, allora entrerete nel Regno.”» [100]

Recentemente mi sono imbattuto in un’interessantissima spiegazione del simbolismo e della teologia che stanno alla base di questi detti, contenuta in un eccellente articolo di Robin Baker sui Vangeli di Tommaso (GTh) e di Giovanni e sul loro legame con la letteratura cuneiforme della Mesopotamia:

«Questo logion[101] insegna che non è sufficiente ricevere l’insegnamento del Regno come un bambino per essere ammessi in esso, come invece insegnano i Sinottici (Mt 18,1–5; 19,14; Mc 10,15; Lc 18,16–17; Layton 1987, p. 384). Nel GTh, Gesù richiede una trasformazione ancora più profonda, vale a dire la realizzazione della “reciproca somiglianza degli opposti” (Stang 2016, pp. 92–93). Stang dimostra che questa è l’interpretazione corretta del logion, piuttosto che un’esortazione a uno stile di vita encratita (DeConick 2007, p. 115; Gathercole 2014, pp. 308, 311). La “reciproca somiglianza degli opposti” — in altre parole, l’opposto è il medesimo — costituiva un principio fondamentale della teologia mesopotamica almeno a partire dal III millennio.» [102]

Vi è un altro esempio di questa singolarità nella dualità nel logion 3:

«(3) Gesù disse: “Se coloro che vi guidano vi dicono: ‘Ecco, il Regno è nel cielo’, allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono: ‘È nel mare’, allora i pesci vi precederanno. Piuttosto, il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando giungerete a conoscere voi stessi, allora sarete conosciuti e comprenderete di essere voi i figli del Padre vivente. Ma se non conoscerete voi stessi, dimorerete nella povertà e sarete voi stessi quella povertà.”»[103]

Secondo Stang:

«Questi detti propongono… una teologia cifrata del gemello, nella quale al lettore è richiesto di riconoscere che non si è, propriamente parlando, un unico sé, bensì che si possiede il luminoso Gesù trascendente che dimora interiormente. Si può dire che questo riconoscimento trasformi uno in due: il proprio sé e il Gesù interiore. Questi detti invitano inoltre il lettore a trasformarsi, alla luce di questa nuova dualità, e a divenire un’unità che la comprenda e la abbracci. A questo nuovo sé, un’unità-nella-dualità, viene dato il nome di “solitario” e di “unico”. Coloro che riescono ad acquisire questa nuova identità sono destinati a essere, come Giuda Tommaso il Gemello, gli eguali di Gesù. […] Il modo di abitare il confine tra l’uno e il due consiste nell’essere simultaneamente uno e due: una nuova forma di singolarità che dipende da una certa dualità e al tempo stesso la preserva. Associata all’attribuzione del Vangelo di Tommaso al gemello di Gesù, Giuda Tommaso, questa costituisce un filo teologico che attraversa molti di questi detti sconcertanti e apparentemente esoterici.» [104]

E ancora:

«Le categorie dell’uno e del due… si riferiscono precisamente all’inabitazione di Gesù nell’uomo (l’unico sé che diventa due) e alla negoziazione dell’identità del sé come un’unità che contiene, senza annullarla, la dualità (i due che diventano uno). In questo processo di trasformazione, Tommaso è al tempo stesso l’agente e il prototipo di tutti gli iniziati che svelano il significato dei segreti da lui messi per iscritto e che, di conseguenza, diventano “gemelli di Gesù”.»[105]

Quindi, contrariamente a quanto alcuni pensano, qui vediamo chiaramente che il Vangelo di Tommaso non parla né della Natura della Mente, né del non seguire i pensieri, né del fatto che tutto sia un’illusione, una proiezione o una forma vuota. Al contrario, presenta una teologia molto peculiare di unità e dualità simultanee, un modo particolare di essere con Gesù e con Dio. Questo non può in alcun modo essere paragonato alla visione e al sentiero dello Dzogchen e, di conseguenza, non può produrre il risultato finale del sentiero dello Dzogchen, il Corpo d’Arcobaleno.


[1] Tib. rdzogs chen / རྫོགས་ཆེན།

[2] Tib. ‘ja’ lus / འཇའ་ལུས།

[3] Francis V. Tiso, Rainbow Body and Resurrection: Spiritual Attainment, the Dissolution of the Material Body, and the Case of Khenpo A Chö, North Atlantic Books, Berkeley 2016.

[4] Tib. Skyabs rje Yongs ‘dzin Slob dpon Bstan ‘dzin rnam dag Rin po che / སྐྱབས་རྗེ་ཡོངས་འཛིན་སློབ་དཔོན་བསྟན་འཛིན་རྣམ་དག་རིན་པོ་ཆེ།

[5] Tib. Rdzogs pa chen zhang zhung snyan rgyud / རྫོགས་པ་ཆེན་པོ་ཞང་ཞུང་སྙན་རྒྱུད།

[6] Tib. man ngag / མན་ངག

[7] Tib. gzhi lam ‘bras bu / གཞི་ལམ་འབྲས་བུ།

[8] Tib. rdzogs pa chen po’i lta ba / རྫོགས་པ་ཆེན་པོའི་ལྟ་བ།

[9] Tib. rdzogs pa chen po’i lam / རྫོགས་པ་ཆེན་པོའི་ལམ།

[10] Tib. sems nyid / སེམས་ཉིད།

[11] Tib. kung zhi / ཀུན་གཞི།

[12] Tib. ‘khor ‘das / འཁོར་འདས།

[13] Tib. ‘khor ‘das / འཁོར་འདས།

[14] Dmitry Ermakov, “Dzogchen and Advaita Vedanta”, Academia.edu, 1 gennaio 2023, https://www.academia.edu/107809920/Dzogchen_and_Advaita_Vedanta

[15] Tib. rtag pa / རྟག་པ།

[16] Tib. chad lta / ཆད་ལྟ།

[17] Tib. ka dag / ཀ་དག

[18] Tib. lhun grub / ལྷུན་གྲུབ།

[19] Tib. rtsal / རྩལ།

[20] Tib. stong gzugs / སྟོང་གཟུགས།

[21] Tib. rang bzhin gyis grub pa / རང་བཞིན་གྱིས་གྲུབ་པ།

[22]  Tib. khregs chod / ཁྲེགས་ཆོད།

[23] Tib. stong pa / སྟོང་པ།

[24] Tib. thod rgal / ཐོད་རྒལ།

[25] Tib. dag snang / དག་སྣང་།

[26] Tib. gsal ba / གསལ་བ།

[27] Tib. Zhang zhung snyan rgyud / ཞང་ཞུང་སྙན་རྒྱུད།

[28] Tib. ‘od gsal / འོད་གསལ།

[29] Tib. gnyis med / གཉིས་མེད།

[30] Tib. gsal stong dbyer med / གསལ་སྟོང་དབྱེར་མེད།

[31] Tib. bon sku / བོན་སྐུ།

[32] Tib. rdzogs sku / རྫོགས་སྐུ།

[33] Tib. sprul sku / སྤྲུལ་སྐུ།

[34] Tib. sku gsum / སྐུ་གསུམ།

[35] Tib. lta sgom spyod gsum / ལྟ་སྒོམ་སྤྱོད་གསུམ།

[36] Tib. ‘ja’ lus ‘pho chen / འཇའ་ལུས་འཕོ་ཆེན།

[37] Tib. Ta pi hri tsa / ཏ་པི་ཧྲི་ཙ།

[38] Tib. Snang bzher lod po / སྣང་བཞེར་ལོད་པོ།

[39] Tib. rang ‘byung rig pa’i sku / རང་འབྱུང་རིག་པའི་སྐུ།

[40] Per il testo tibetano originale si veda Rje ta pi hri tsa’i lung bstan, Zhe sa dgu phrug, Mjal thebs bar ma, Bya bral rjes med nel Zhang Zhung snyan rgyud bka’ rgyud skor bzhi, Khri brtan nor bu rtse’i bla brang gi glog klad nang dpar rtsa bsgrigs, Delhi, 2002, ff. 359–374, 665–683. Traduzione: John Myrdhin Reynolds, The Oral Tradition from Zhang-Zhung, 2005, pp. 107–121; Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoche, Without Action, Without Traces, 2015.

[41] Tib. ‘ja’ lus ‘pho chung / འཇའ་ལུས་འཕོ་ཆུང་།

[42] Tib. bar do / བར་དོ།

[43] Tib. Rgyal ba’i phyag khrid / རྒྱལ་བའི་ཕྱག་ཁྲིད།

[44] Tib. Ye khri mtha’ sel / ཡེ་ཁྲི་མཐའ་སེལ།

[45] Tib. Nam mkha’ ‘phrul mdzod / ནམ་མཁའ་འཕྲུལ་མཛོད།

[46] Tib. Yang rtse’i klong chen / ཡང་རྩེའི་ཀློང་ཆེན།

[47] La prima volta fu nel 1999. Si veda sotto.

[48] Nel rispondere alle domande dei suoi studenti riguardo ai casi in cui i corpi di persone che praticano altre religioni, come l’induismo, il taoismo ecc., o anche altri sentieri buddhisti, scompaiono al termine del loro percorso spirituale, Yongdzin Rinpoche diceva spesso: «Non siamo così sorpresi che le persone scompaiano, ma perché sono scomparse, qual era la causa?»

[49] Discorso di Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoche, Jarsing Pauwa (Nepal), 7 agosto 2022. Trascrizione e revisione: Carol Ermakova, Dmitry Ermakov.

[50] Chögyal Namkhai Norbu, Response to a Question of My Student Eugenio Amico: “Since Jesus Christ is known as a great master, why didn’t he teach Dzogchen?”, Rang gi slob ma Eu ge nio Ami co’i dris lan, e-book in Dzogchen – Our Real Condition: An Introduction in Questions and Answers, a cura e trad. di Adriano Clemente, Shang Shung Publications, 2020, pp. 65–66.

[51] Ivi.

[52] Tib. rten ‘brel ‘byung ba / རྟེན་འབྲེལ་འབྱུང་བ།

[53] H.H. Dalai Lama. The Good Heart: A Buddhist Perspective on the Teachings of Jesus. (Boston: Wisdom Publications, 1996), pp. 81-82.

[54] Andreas Andreopoulos, Metamorphosis: The Transfiguration in Byzantine Theology and Iconography (2005), pp. 161–167.

[55] Mt 17,1–5. Riferimento biblico: CEI 2008. Tutti i passi evangelici citati in questo articolo si basano sulla New International Version (NIV). La versione italiana utilizza la CEI come riferimento linguistico, con eventuale riformulazione o parafrasi del testo originale inglese. Non si tratta di una citazione letterale della CEI.

[56] Da una conversazione con Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce, appartamento di Jean-Louis Massoubre, Parigi, Francia, 23 aprile 1999. Trascrizione e cura editoriale di Carol Ermakova e Dmitry Ermakov.

[57] Dalla conversazione con Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce, appartamento di Jean-Louis Massoubre, Parigi, Francia, 23 aprile 1999. Trascrizione e cura editoriale di Carol Ermakova e Dmitry Ermakov.

[58] Lc 22,39–44. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi basata sull’originale inglese e adattata ai fini della traduzione italiana.

[59] Mt 26,38–44. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[60] Cahleen Shrier, “The Science of the Crucifixion.” Azusa Pacific University, n.d. https://www.apu.edu/articles/the-science-of-the-crucifixion/.

[61] Mt 27,46. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[62] Mc 15,34. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[63] Dalla conversazione con Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce, appartamento di Jean-Louis Massoubre, Parigi, Francia, 23 aprile 1999. Trascrizione e cura editoriale di Carol Ermakova e Dmitry Ermakov.

[64] Mt 17,22–23. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[65] Gv 19,28–30. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[66] Gv 19,33–34. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[67] Cahleen Shrier, “Scriptural Stations of the Cross: A Devotional Reflection on the Science of Jesus’ Crucifixion,” n.d.
https://www.apu.edu/articles/scriptural-stations-of-the-cross-a-devotional-reflection-on-the-science-of-jesus-crucifixion/.

[68] Cahleen Shrier, “The Science of the Crucifixion.” Azusa Pacific University, n.d. https://www.apu.edu/articles/the-science-of-the-crucifixion/.

[69] Dalla conversazione con Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoce, appartamento di Jean-Louis Massoubre, Parigi, Francia, 23 aprile 1999. Trascrizione e cura editoriale di Carol Ermakova e Dmitry Ermakov.

[70] Lc 24,1–12. Riferimento biblico: CEI 2008. Fonte inglese: NIV (consultata tramite BibleStudyTools Staff, “Luke 24,” Bible Study Tools, n.d., https://www.biblestudytools.com/luke/24.html). Traduzione italiana: parafrasi adattata ai fini del presente lavoro.

[71] Ivi.

[72] Il che, curiosamente, ricorda in qualche misura il periodo generale di 49 giorni del bardo nello Yungdrung Bön e nel Buddhismo indo-tibetano, al termine del quale un essere rinasce in uno dei Sei Regni (Tib. rigs drug / རིགས་དྲུག་) del saṃsāra.

[73] Mc 16,1–8. Riferimento biblico: CEI 2008. Basato sulla New International Version (NIV), consultata tramite BibleStudyTools Staff, “Mark 16,” Bible Study Tools, n.d., https://www.biblestudytools.com/mark/16.html. Traduzione italiana: parafrasi dall’inglese originale.

[74] Lc 24. Basato sulla New International Version (NIV), consultata tramite BibleStudyTools Staff, “Luke 24,” Bible Study Tools, n.d., https://www.biblestudytools.com/luke/24.html. Traduzione italiana: parafrasi dall’inglese originale.

[75] At 1,9–11. Riferimento biblico: CEI 2008. Il passo è basato sulla New International Version (NIV), consultata attraverso BibleStudyTools Staff, “Ascension of Jesus – Bible Story,” Bible Study Tools, 14 agosto 2023, https://www.biblestudytools.com/bible-stories/ascension-of-jesus-bible-story.html. Traduzione italiana: parafrasi dall’inglese originale.

[76] Tib. Stag thabs seng ge’i brag / སྟག་ཐབས་སེང་གེའི་བྲག

[77] Tib. Khe’u rnyed legs / ཁེའུ་རྙེད་ལེགས།

[78] Tib. Smer phyug po G.yung drung rgyal mtshan / སྨེར་ཕྱུག་པོ་གཡུང་དྲུང་རྒྱལ་མཚན།

[79] Tenzin Namdak, Masters of the Zhang Zhung Nyengyud: Pith Instructions from the Experimental Transmission of Bönpo Dzogchen, 2010, pp. 109-114.

[80] Christianity.com Editorial Staff, “What Is the New Covenant in Jesus Christ? Bible Verses and Meaning,” Christianity.com, 23 ottobre 2023, https://www.christianity.com/wiki/bible/the-new-covenant-in-jesus-christ-bible-verses-and-meaning.html.

[81] Mc 16,19–20. Riferimento biblico: CEI 2008. Il testo riportato è una parafrasi adattata dall’originale inglese.

[82] Gen 5,24. Riferimento biblico: CEI 2008.

[83]  2 Re 2,11. Riferimento biblico: CEI 2008.

[84] Andreas Loewe, “Christ’s Two Ascensions: Victory Over Sin and Death, Heavenly Gifts to Build up His People,” Melbourne Dean, 16 May 2015, https://melbournedean.wordpress.com/2015/05/14/christs-two-ascensions-victory-over-sin-and-death-heavenly-gifts-to-build-up-his-people/.

[85] Tib. byang chub sems / བྱང་ཆུབ་སེམས།

[86] Per ulteriori riferimenti biblici sul Giudizio finale, si veda “What Does the Bible Say About Resurrection of the Dead?”, OpenBible.info, s.d., https://www.openbible.info/topics/resurrection_of_the_dead.

[87] D. Blair Smith, “How Did Jesus Do Miracles—His Divine Nature or the Holy Spirit?”, The Gospel Coalition, 14 gennaio 2020, https://www.thegospelcoalition.org/article/did-jesus-do-miracles-divine-nature-holy-spirit/.

[88] In realtà, molti dei testi canonici inclusi nel Nuovo Testamento erano già in circolazione nel II secolo d.C.; lo sappiamo perché sono citati nelle lettere di sant’Ignazio di Antiochia (ca. 115). Inoltre, l’affermazione secondo cui il Concilio di Roma del 382 avrebbe stabilito la versione definitiva del canone della Bibbia cristiana non è del tutto corretta, poiché la definizione della divinità dello Spirito Santo fu stabilita dal Concilio di Costantinopoli del 381, mentre la dichiarazione dell’homousios fu inclusa nel Credo niceno adottato in precedenza dal Concilio di Nicea del 325. Ringrazio padre Francis Tiso e Yeshe Düddul, che ha tradotto questo articolo in russo, per aver richiamato la mia attenzione su questo punto.

[89] Per un elenco completo degli Apocrifi del Nuovo Testamento, si veda: Mark Nickens, “New Testament Canon”, Study the Church, s.d., https://studythechurch.com/bible/nt-canon/nt-apocrypha-list.

[90] Per l’elenco completo e le relative fonti, si veda: The Gnostic Society Library, “The Nag Hammadi Library Alphabetical Index”, Gnosis.org, consultato il 10 maggio 2025, https://www.gnosis.org/naghamm/nhlalpha.html.

[91] Si veda Lisa Haygood, “The Battle to Authenticate ‘The Gospel of Thomas,’” LUX 3, n. 1 (13 novembre 2013): 1–31, https://doi.org/10.5642/lux.201303.06, p. 4, con riferimento a Gilles Quispel, “Some Remarks on the Gospel of Thomas,” New Testament Studies 5 (1958–1959): 276–290.

[92] Ivi. La fonte di questa ricerca è indicata in: Nicholas Perrin, “Recent Trends in Gospel of Thomas Research (1991–2006): Part I, The Historical Jesus and the Synoptic Gospels,” Currents in Biblical Research 5, n. 2 (2007): 183–206, consultato il 10 ottobre 2012 tramite Academic Search Premier.

[93] Ivi.

[94] Ivi. Le fonti di questa ricerca sono indicate in: Matteo Grosso, “A New Link between Origen and the Gospel of Thomas: Commentary on Matthew 14,14,” Vigiliae Christianae 65, n. 3 (2011): 249–256, consultato il 10 ottobre 2012 tramite Academic Search Premier.

[95] Periodo precedente al Primo Concilio di Nicea (325 d.C.).

[96] Ivi. Questa interpretazione è presentata in: John P. Meier, “Is Luke’s Version of the Parable of the Rich Fool Reflected in the Coptic Gospel of Thomas,” Catholic Biblical Quarterly 74, n. 3 (2012): 528–547, consultato il 10 ottobre 2012 tramite Academic Search Complete.

[97] John S. Kloppenborg, The Formation of Q: Trajectories in Ancient Wisdom Collections. Studies in Antiquity and Christianity. Philadelphia: Fortress, 1987, p. 11, citato in: Lisa Haygood, “The Battle to Authenticate ‘The Gospel of Thomas,’” LUX 3, n. 1 (13 novembre 2013): 1–31, https://doi.org/10.5642/lux.201303.06.

[98] Si veda “Anticosmicism (Gnostic Dualism),” Gnosticism Explained, 22 maggio 2021, https://gnosticismexplained.org/anticosmicism-gnostic-dualism/.

[99] Vangelo di Tommaso, logia 1–114. Traduzione di riferimento: T. O. Lambdin, Gospel of Thomas, n.d., https://www.marquette.edu/maqom/Gospel%20of%20Thomas%20Lambdin.pdf. Traduzione italiana dell’autore basata sull’inglese di riferimento; per confronto terminologico e numerazione dei logia si è fatto riferimento alle edizioni italiane dei testi di Nag Hammadi (es. L. Moraldi, I Vangeli gnostici, Adelphi).

[100] Ivi.

[101] Ossia logion 22.

[102] Robin Baker. “Thomas/Twin in the Fourth Gospel and the Gospel of Thomas: The Mesopotamian Background of an Early Christian Motif.” ResearchGate, gennaio 2025. Consultato il 9 giugno 2025.

[103] Vangelo di Tommaso, logion 3. Traduzione di riferimento: T. O. Lambdin, Gospel of Thomas, n.d., https://www.marquette.edu/maqom/Gospel%20of%20Thomas%20Lambdin.pdf. Traduzione italiana dell’autore basata sull’inglese di riferimento; per confronto terminologico e numerazione dei logia si è fatto riferimento alle edizioni italiane dei testi di Nag Hammadi (es. L. Moraldi, I Vangeli gnostici, Adelphi).

[104] Charles M. Stang, Our Divine Double. Cambridge: Harvard University Press, 2016, pp. 14–15, 63, 66. cit. in Baker, “Thomas/Twin…,” 2025, p. 9.

[105] Baker, “Thomas/Twin…,” 2025, pp. 12-13.


Bibliografia

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